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Crescono i licenziamenti indotti per ottenere la Naspi

Lavoro, il fenomeno di chi si fa licenziare per ottenere la NASpI

Secondo la Cgia sono aumentati notevolmente i casi dei dipendenti che non comunicano di volersi licenziare ma costringono le aziende e farlo in modo da incassare l’indennità di disoccupazione

Tra i paradossi del nuovo mercato del lavoro segnalati dagli studi della Cgia c’è quello dei dipendenti che invogliano con il loro comportamento le aziende a licenziarli soltanto per ottenere i benefici previsti dall’indennità mensile di disoccupazione, provocando sia danni alle imprese che alle casse dello Stato.

I numeri dell’ultimo anno sembrano parlare chiaro: i licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo nel settore privato infatti hanno registrato una crescita in percentuale pari al 26,5 per cento, mentre le altre categorie di licenziamento non hanno fatto registrare incrementi così alti.

Infatti i licenziamenti totali sono aumentati del 3,5 per cento, ma quelli per giustificato motivo oggettivo sono aumentati del 4,6 per cento mentre quelli per esodo incentivato sono invece calati del 19 per cento.

Come spiegano alla Cgia, i numeri vanno letti evidenziando la cattiva abitudine che si è diffusa tra i lavoratori dipendenti che preferiscono puntare sulle certezze rappresentate dall’ASpI introdotta del 2013 dalla riforma Fornero e che ha portato nel 2016 quasi 75mila lavoratori ad adottare questo comportamento che viaggia ai limiti, ma comunque legale.

Tassa sul licenziamento

L’ASpI infatti è una misura di sostegno al reddito che prevede una durata massima di 2 anni e costringe l’imprenditore che abbia deciso di licenziare il proprio dipendente al pagamento della cosiddettatassa di licenziamento‘.

In pratica deve versare all’Inps una somma pari al 41 per cento del massimale mensile della NASpI ogni 12 mesi di anzianità aziendale maturata negli ultimi 3 anni. Quindi facendo un esempio pratico, per un lavoratore con anzianità lavorativa di almeno 3 anni la tassa sul licenziamento a carico dell’azienda può arrivare quasi ai 1.500 euro.

La misura quindi è corretta, ma il suo abuso no e la tendenza si sta ripetendo anche nel 2017. Nel primo trimestre l’incremento dei licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo è del +14,7 per cento rispetti allo stesso trimestre del 2016.

Dimissioni online

E succede paradossalmente che diversi dipendenti abbiano deciso di non recarsi più sul posto di lavoro senza fornire alcuna comunicazione al proprio titolare anche se dal marzo 2016 è stata introdotta l’obbligatorietà delle dimissioni online.

Quindi se il dipendente fa mancare la sua presenza sul posto di lavoro e non comunica via telematica la volontà di non proseguire il rapporto, l’interruzione deve essere avviata dal datore di lavoro attraverso il licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo.

Una procedura che permette al lavoratore, anche se scorretto, di ricevere la NASpI, che invece non gli toccherebbe nel caso di dimissioni volontarie. E i costi ricadono così tutti sulle casse dello Stato con una spesa pro capite nei due anni che può arrivare anche a 20mila euro.

A confermalo anche le dimissioni volontarie rassegnate dai lavoratori dipendenti assunti a tempo indeterminato: tra il 2015 e il 2016 la diminuzione è stata del 13,5 per cento.


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